La guerra contro l’Iran è iniziata: raid Usa-Israele e il vuoto di potere dopo la morte di Ali Khamenei

Se l’obiettivo dichiarato di Washington e Tel Aviv era spezzare la catena di comando della Repubblica islamica, l’uccisione di Ali Khamenei segna senza dubbio uno spartiacque. Ma nella storia del Medio Oriente la caduta di un leader raramente coincide con la fine immediata di un sistema di potere. Più spesso apre una fase ancora più imprevedibile, in cui istituzioni, apparati militari e rivalità interne si riorganizzano mentre il conflitto continua sul terreno.

Per gli Stati Uniti guidati da Donald Trump e per Israele, la scommessa strategica è che il colpo inferto al vertice del regime possa accelerare un collasso politico o quantomeno indebolire la capacità iraniana di proiettare forza nella regione. Ma la risposta missilistica di Teheran e l’attivazione delle sue reti militari e paramilitari suggeriscono che la Repubblica islamica, pur ferita, conserva ancora strumenti per prolungare lo scontro e allargarlo oltre i propri confini.

Il vero interrogativo, ora, riguarda la durata e l’ampiezza della guerra. Se le operazioni aeree continueranno per settimane e se l’Iran intensificherà gli attacchi contro basi e interessi occidentali nel Golfo, il conflitto rischia di trasformarsi da crisi regionale a guerra sistemica nel cuore del Medio Oriente, con ripercussioni dirette sui mercati energetici, sulla sicurezza delle rotte marittime e sugli equilibri politici dell’intera area.

Nel frattempo, mentre le cancellerie internazionali cercano di contenere l’escalation, sul terreno resta una realtà molto più semplice e brutale: città bombardate, infrastrutture distrutte e una popolazione civile intrappolata tra propaganda, paura e speranze contraddittorie sul futuro del Paese.

Per l’Iran, il dopo-Khamenei non è ancora iniziato davvero.

Per la regione, invece, la nuova guerra è già cominciata.